La Via Romea del Chianti

Un percorso storico, un antico cammino battuto dei pellegrini che da Firenze volevano raggiungere Siena per ricongiungersi poi con la Via Francigena, la Via Romea del Chianti attraversa una delle zone più belle della Toscana passando per i vigneti e gli uliveti che contraddistinguono la regione.

Da quando sono tornata a vivere a Sesto Fiorentino ormai quasi un anno fa, non ho potuto fare a meno di notare, proprio dietro casa mia, un altro simbolo che accompagna quello universalmente riconoscibile del Cammino di Santiago: un adesivo rosso e bianco con il disegno di un pellegrino. Ritrovatami improvvisamente e inaspettatamente con tre settimane libere, ho deciso di non perdere neanche un giorno e di partire, contro ogni pronostico di pioggia, per quei due cammini che incrocio ogni giorno. L’idea ha preso spontaneamente forma nella mia testa prima che me ne rendessi conto: la Via Romea del Chianti in senso contrario, da Siena a Firenze, e il Cammino di San Jacopo da Firenze a Lucca. 8 giorni e poco più di 170 km, lo zaino con il minimo essenziale e la voglia matta di Avventura.

Due giorni prima della partenza, ovvero il giorno dopo aver deciso di partire, ho incontrato Luca della Comunità Toscana il Pellegrino, che mi ha consegnato la credenziale e mi ha gentilmente fornito i tracciati gpx e tutte le informazioni su distanze e ospitalità. La mattina dopo, tuttavia, mi è bastato un rapido giro di telefonate per abbassare immediatamente le mie aspettative: le strutture di ospitalità chiuse per Covid e il maltempo previsto per la maggior parte del cammino mi hanno fatto abbandonare l’idea di portarmi dietro la mia fedele Pepa, la tenda che mi ha accompagnata durante la seconda metà del mio viaggio in Sudamerica, e di prepararmi a sganciare più del previsto per passare la notte in hotel o b&b.

Ad ogni modo, sono partita il venerdì sera alla volta di Siena, dove mi ha ospitata la mia carissima amica Claudia, che nel settembre 2019 ho avuto il piacere di accompagnare nel mio primo tour Anda, in Brasile. Una deliziosa cena in compagnia della sua famiglia mi ha riportata indietro ai tempi del Viaggio e ai tanti pasti condivisi con le persone che incrociavo nel mio girovagare.


Giorno 1: Siena – Castellina in Chianti, 23 km

O passegger che passi per la via
ferma il passo a salutar Maria

Sabato 6 febbraio 2021 alle 9:00 lasciavo la casa della Clau in quella che sapevo sarebbe stata l’unica giornata di sole, decisa a godermela al massimo. In una ventina di minuti il puntino azzurro che mi rappresenta raggiunge la linea blu del tracciato gpx e quasi immediatamente avvisto il primo dei tanti segnali che avrei seguito nei giorni a venire: la vieira, la conchiglia di capasanta simbolo del cammino giacobeo, con la scritta “Per Santiago” e la freccia gialla. Nel senso opposto il simbolo della Via Romea, con il pellegrino, la freccia arancione e la scritta “Per Roma”. Con il tiepido sole invernale che mi accarezza la faccia lascio lentamente la città di Siena in direzione Uopini, e la campagna senese inizia ad intravedersi dopo le ultime case e le botteghe locali. Lascio l’asfalto e mi ritrovo su una strada bianca che passa tra vari agriturismi isolati immersi negli uliveti. Cavalli e asinelli pascolano tranquillamente, forse sorpresi dal passaggio di una forestiera con uno zainone sulle spalle. Intorno a me, la campagna dalle vigne ormai spoglie mi fa venir voglia di ripetere questo cammino in estate, prima della vendemmia. Più avanti passo da un maneggio che mi fa sognare con una vita che segue i ritmi lenti della natura e il duro lavoro nei campi. Incrocio un gruppo di ciclisti che ha deciso di approfittare di questa rara giornata di bel tempo. Per il resto, sono sola. 

Campagna senese

Dopo circa 5 ore di camminata raggiungo Castellina in Chianti, la mia destinazione per la giornata. Ho prenotato una stanza all’Albergo Il Colombaio, dove mi riceve a braccia aperte la signora Roberta. Il “prezzaccio” che mi aveva fatto era di gran lunga superiore al mio budget, ma era oltre che dimezzato rispetto a quanto richiesto online, prova di una crisi del settore del turismo che va avanti ormai da un anno, e della quale sono stata, in fin dei conti, una “vittima fortunata”. Lasciando il Sudamerica ho lasciato il Viaggio, ma anche il mio lavoro come team leader, e dopo quell’ultimo tour in Colombia mi ero vista annullare uno dopo l’altro Bolivia, Perù, Argentina e Brasile. Una volta tornata a casa sono riuscita quasi immediatamente a trovare lavoro, e così a costruirmi una nuova normalità nella mia terra, lasciata tredici anni fa.

Già al telefono avevo avuto modo di chiacchierare un po’ con la signora Roberta, che mi aveva confidato con emozione la sua felicità nel ricominciare ad avere ospiti nel suo albergo, dopo mesi di lock down e zona rossa. Anche in quel periodo di bassa stagione, in un anno normale sarebbe stato probabilmente quasi impossibile trovare una stanza libera in una zona così rinomata. La mia ospite contava sul fatto che di lì a poco venisse nuovamente consentito lo spostamento tra regioni, attraendo così turisti da tutta Italia in una località meta principalmente di turisti stranieri. Purtroppo non solo la situazione non è migliorata, ma è addirittura peggiorata: pochi giorni dopo il mio rientro infatti, la Toscana è passata da zona gialla ad arancione, rendendo così impossibili gli spostamenti al di fuori del proprio comune di residenza.

Dopo cinque ore di camminata riuscivo ancora a sentire un bisogno impellente di sgranchirmi le gambe: così, dopo una bella doccia calda sono uscita ad esplorare il paese e in primis, a cercare qualcosa da mangiare. Nell’osteria davanti alla chiesa ho ordinato, nonostante fossero le 4 di pomeriggio, un piatto di pici all’aglione e un calice di rosso: non avevo ancora avuto un pasto degno di tal nome in tutta la giornata. Vicino all’albergo si trova il bellissimo tumulo etrusco di Montecalvario, una struttura circolare formata da quattro tombe ipogee con camera principale e cellette laterali, risalente al VII-VI sec. a.C. e simile a quella della Montagnola sopra casa mia, ma quadruplicata. 

La missione cena, con bar e ristoranti chiusi alle 18 come succede ormai da mesi, si è conclusa con l’acquisto di pane, hummus e carciofini sott’olio dalla Coop locale e divorati in albergo con musica di sottofondo, in un romantico tête-à-tête solitario, poco prima di collassare avvolta dal tepore di un numero mai esagerato di coperte.


Giorno 2: Castellina in Chianti – San Donato in Poggio, 14.8 km

Ero psicologicamente preparata alla pioggia. Sapevo che avrebbe piovuto, ma non avevo voluto rimandare la partenza: volevo sfruttare al massimo ogni giorno, bel tempo o meno. Però stavolta Zeus ha lavorato instancabilmente e sono arrivata a San Donato bagnata fradicia.

È stato forse questo il tratto più bello della Via. La seconda tappa (terza, se la si percorre nel senso originale) si svolge quasi completamente nel bosco, per sentieri principali e secondari dove, tanto per cambiare, ho camminato nella più assoluta solitudine. I nuvoloni grigi hanno retto poco più del tempo di lasciare l’asfalto e di addentrarmi nel bosco. Qui, complice lo scenario quasi apocalittico o quantomeno da inizio di un film horror che si rispetti, ho iniziato a immaginarmi lupi e cinghiali pronti a sbranarmi ad ogni crepitare degli alberi sotto il vento.

Sono sopravvissuta a oltre tre anni di Viaggio in Sudamerica, accampandomi sul ciglio delle strade oppure sotto i ponti, salendo su innumerevoli camion, auto, moto, furgoni, bus e carretti ed accettando ospitalità da perfetti sconosciuti, e non ho (quasi) mai avuto paura. E ora mi ritrovavo ad appena settanta chilometri da casa scrutando il cammino infangato alla ricerca di cacche pelose e di terra smossa, pronta a darmela a gambe levate non appena avessi incrociato una mamma con i suoi piccoli.

Il sentiero si addentra in un meraviglioso boschetto la cui apparenza spettrale era direttamente proporzionale all’aumentare della pioggia. Per fortuna, ogni mio sussulto corrispondeva alla presenza di un gruppo di caprioli più terrorizzati di me per cui, passato lo spavento iniziale, mi sono imposta di rilassarmi e di godermi la natura in tutto il suo splendore.

A San Donato in Poggio mi aspettava il Lore, che nonostante il nostro ultimo incontro risalisse a quasi dieci anni prima, non era cambiato per niente. O forse eravamo entrambi cambiati nella stessa direzione. La casa di proprietà della famiglia era stata rinnovata dall’ultima volta che c’ero stata, in occasione di una delle tante festicciole organizzate negli anni in cui tutto quello che ci importava era sbronzarci con gli amici. Ho conosciuto Natalie, la sua compagna, e la loro Vittoria, una pagliaccetta felice di 13 mesi.

La tappa corta mi ha permesso di godermi un’intera giornata in ottima compagnia, e mentre i vestiti fradici si asciugavano al calore della stufa a gas e del fuoco crepitante nel caminetto, il pomeriggio scorreva deliziosamente lento, scandito soltanto dagli orari dei pasti a tutte le ore gustati in quell’atmosfera accogliente che sa di casa e di famiglia. Fuori, la pioggia cadeva più fitta che mai, facendomi apprezzare ancora di più il fatto di trovarmi al riparo e al calduccio.


Giorno 3: San Donato in Poggio – San Casciano in Val di Pesa, 24.7 km

“Se il bosco brucia
bruci anche tu”

La pioggia ha accompagnato i miei sogni irrequieti, ma la mattina dopo il tempo sembrava volermi dare una tregua. Volevo approfittarne e partire il prima possibile, ma i buoni propositi sono facili da dimenticare quando si ha di meglio da fare, per cui, ça va sans dire, sono partita tardissimo.

Il maltempo mi ha dato mezz’ora di vantaggio; poi, ha iniziato a grandinare. Non piovere, grandinare. Mancava la piaga delle cavvallette, poi ero a posto. Grazie ancora, Zeus.

La tappa è stata lunghissima, infinita. Dopo un paio di ore abbondanti sono arrivata a Badia a Passignano, dove speravo di trovare un ristorantino aperto per asciugarmi e mangiare un piatto caldo. L’unica opzione era un po’ troppo chic per il mio outfit da pellegrina, ma gli sguardi di poca approvazione degli altri commensali mi sono scivolati addosso meglio della pioggia, che continuava imperterrita a penetrare attraverso i vestiti troppo poco impermeabili e, come ai bei vecchi tempi del Cammino di Santiago, me ne sono andata in bagno a cambiarmi, uscendo con tutti i vestiti fradici sotto braccio, mutande comprese.

Un piatto di linguine al cavolo nero e un paio di bicchieri di vino rosso mi hanno rimessa al mondo. Ovviamente il sole era uscito mentre mi riempivo la pancia, ma aveva pensato bene di tornare a fare la siesta non appena varcata la porta dell’osteria. Kway e via, pellegrina bagnata, pellegrina fortunata, dicono. O forse il detto è valido solo per le spose?

Arrivata alla Parrocchia di Santo Stefano a Campoli ho chiamato il signor Mario per farmi timbrare la credenziale. Ci avevo parlato telefonicamente qualche giorno prima, in quanto la parrocchia è elencata come una delle strutture di ospitalità sul percorso. Mario si era scusato infinitamente per la chiusura momentanea dell’alloggio. La struttura era a donativo, e Mario e la moglie amano condividere momenti di convivialità con i pellegrini, ai quali fornivano non solo un posto per dormire lungo il cammino, ma anche una cena tutti insieme. La sua nostalgia era trapelata già attraverso il telefono, momento in cui mi sono resa conto che questo cammino sarebbe stato una bella e lunga camminata in solitaria, ma che mi sarei persa (un po’ per il periodo dell’anno, un po’ per la poca notorietà, un po’ per le restrizioni Covid) la vera bellezza del cammino: l’incontro.

Mario mi ha fatta accomodare e ha aperto uno scrigno dal quale ha estratto della ceralacca plastica, un cucchiaino, un timbro, una candela e una forma rotonda. Gli ho porso la mia credenziale umidiccia e stropicciata e l’ho osservato affascinata mentre scioglieva la ceralacca nel cucchiaino con la candela, la versava nella forma e finalmente vi apponeva il sigillo. 

Mancavano ancora 9 km a San Casciano in Val di Pesa, dove sono arrivata poco prima che facesse buio, stanca e, tanto per cambiare, bagnata fradicia.


Giorno 4: San Casciano in Val di Pesa – Firenze, 21.5 km

Mentirei se dicessi che avevo voglia di partire. La consapevolezza che mi aspettava un’altra giornata sotto la pioggia mi aveva tolto ogni voglia di continuare, ma la volontà, quasi necessità di portare a termine un qualcosa di iniziato era più forte. Quindi, dopo aver salutato controvoglia il tepore di un letto decisamente troppo grande e troppo comodo, mi sono infilata i vestiti che ormai puzzavano di cane bagnato e mi sono rimessa in cammino, lasciandomi alle spalle quell’appartamento di 70mq che per una sera fin troppo breve mi era servito da rifugio. Da San Casciano all’ingresso fiorentino di Porta Romana sono una ventina di chilometri: decido di terminare lì questa prima parte del cammino invece di continuare per Sesto Fiorentino (altri 8km circa) e di ripartire per Lucca il primo giorno di bel tempo.

Quasi immediatamente ricomincia a piovere. Pioverà nelle tre ore successive: pioverà quando passerò davanti a Villa Vrindavana, sede della comunità Haré Krishna, anche loro momentaneamente chiusi. Al passargli davanti intono inconsciamente i canti imparati in Cile in quel mese di convivenza con i devoti.

namas te narasiṁhāya
prahlādāhlāda-dāyine
hiraṇyakaśipor vakṣaḥ-
śilā-ṭaṅka-nakhālaye

ito nṛsiṁhaḥ parato nṛsiṁho
yato yato yāmi tato nṛsiṁhaḥ
bahir nṛsiṁho hṛdaye nṛsiṁho
nṛsiṁham ādiṁ śaraṇaṁ prapadye

tava kara-kamala-vare nakham adbhuta-śṛṅgaṁ
dalita-hiraṇyakaśipu-tanu-bhṛṅgam
keśava dhṛta-narahari-rūpa jaya jagadīśa hare

Cammino sotto la pioggia e mi chiedo quali peccati avrò mai da espiare, con questa mia ansia che non trova pace di farmi tutti i Cammini del mondo. Io, atea incredula, imperfettamente in pace con me stessa, sembro però alla ricerca costante di un’indulgenza plenaria.

Poco dopo Sant’Andrea in Percussina entro in un boschetto e lascio felice l’asfalto. Felice… per poco. Perché infatti, poche centinaia di metri dopo mi ritrovo a dover attraversare un ruscello non particolarmente largo, ma decisamente troppo per le mie corte gambe e la mia capacità di spinta quasi inesistente. Come volevasi dimostrare, il salto del ruscello si è rivelato un fallimento totale ed è terminato con gli scarponi mezzi e una caviglia slogata. Dopo aver bestemmiato il tempo necessario per riprendermi dalla botta, ho ripreso in mano il bastone e ho percorso zoppicando il resto del sentiero, raggiungendo il paese di Chiesanuova. Mancavano ancora tre ore di cammino, ma quantomeno aveva smesso di piovere.

La Certosa, un monastero del XIV secolo situato sulla sommità del Monte Acuto alla confluenza dell’Ema nella Greve, inizia a mostrarsi in tutta la sua imponenza. Oltre la nebbia si intravede il Cupolone. Mi avvicino sempre di più alla città, passando dall’abitato del Galluzzo e dalle sue stradine acciottolate che si arrampicano sulle colline che circondano il capoluogo. 

Il cuore inizia a battere a un ritmo diverso via via che si avvicina alla terra natìa, e anche il sangue sembra scorrere in modo più fluido.

Poco dopo l’una del pomeriggio raggiungo Porta Romana, l’accesso meridionale al centro della città. Tra poco mia mamma uscirà dall’ufficio di ritorno verso casa. La chiamo e mi dà appuntamento sul Ponte alla Vittoria, il posto perfetto per concludere questo viaggio intensamente breve.


Giorno 5: Letto – Divano, 7 m

“Distorsione con possibile compromissione del legamento astragalico anteriore”, è il responso di Andrea, il mio amico fisioterapista. Ghiaccio, compressione e riposo assoluto per le prossime settimane, è l’ardua sentenza. Mi consola il fatto che siamo finiti in zona arancione, contro ogni pronostico ottimista della signora Roberta di Castellina in Chianti, che dovrà nuovamente, così come tanti altri suoi colleghi, chiudere nuovamente i battenti.

Una risposta

  1. Eugenio ha detto:

    Poverina.. ma nonostante le avversità, leggendoti, la voglia di partire l’accendi!!
    Ansioso di leggere il continuo!!

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